L'allenamento al combattimento nel karate a k.o. - di Andrea Stoppa
Sebbene la pratica del combattimento libero sia la parte principale d'ogni lezione di karate Daido-Juku (d'ora in poi userò, per definire questo stile, la parola "kudo"), non vi è un solo metodo d'allenamento ad esso.
Le lezioni nell'honbu (palestra centrale di una federazione) prevedono tutte le sere la pratica del kumite, ma è il venerdì, durante la lezione di Jukucho (caposcuola) Takashi Azuma, il momento più atteso della settimana da tutti i praticanti.
Lo stesso M° Azuma indossa le protezioni e partecipa, per ben due ore, alla lezione di "waza-ken".
Prima di definire questo termine, vorrei spiegare ai lettori che sono indossate tutte le protezioni per praticare, ad eccezione del casco con visiera, per imparare a concentrarsi maggiormente sulla difesa del capo.
Il M°Azuma consiglia di usare guanti da free-fight, oppure gli appositi guantini da Daido-Juku, perché l'uso dei guanti da boxe, o da sacco (comuni nel kyokushinkai) non permette al praticante di serrare bene la mano, indebolendo così il pugno.
Il sistema del waza-ken prevede che su quattro minuti di lavoro, nei primi due sia uno dei praticanti a chiedere al compagno che tipo di tecniche vuole usare, scaduto il tempo, i ruoli s'invertono.
Ad esempio, posso chiedere al mio compagno di fare uno sparring solo di braccia (magari utilizzando la mano aperta), e lui può domandarmi di fare solo lotta al suolo.
Al cambio successivo posso trovarmi di fronte il M°Azuma, che mi chiede di provare ad utilizzare anche i colpi ai testicoli in maniera controllata, o un praticante che vuole fare lotta o judo.
Essendo una lezione aperta alle scuole esterne, capita spesso di trovarsi di fronte un lottatore di un altro stile, dalla shoot boxe al bjj (sono frequenti gli scambi con gli istruttori della "Paraestra"di Tokyo).
Questo metodo fa sì che il praticante non sappia mai che cosa vorrà decidere di fare il suo avversario, in questo modo egli svilupperà resistenza ai cambi di velocità, forza e ritmo che sono propri delle discipline di lotta su tutte le distanze: free-fight, vale tudo, etc.
Durante il combattimento è tassativo evitare di portare i colpi al 100%, e tutti i praticanti di kudo s'impegnano ad usare la tecnica e le combinazioni in maniera impeccabile e rispettosa dell'avversario, pena l'allontanamento dal dojo.
Solo quando s'indossano i caschi a protezione integrale si possono affondare i colpi, ma questa pratica è riservata agli allievi esperti, e per non più di tre minuti a lezione per allievo.
In questi anni questo tipo d'allenamento si è rivelato molto utile per me ed i miei allievi, favorendo lo scambio con tutti quei praticanti da altre discipline marziali che possono farsi forza delle loro tecniche migliori.
Ritengo che, parlando di "cross training", solo affrontando in combattimento, anche se eseguito in maniera controllata, un avversario di un'altra scuola, ma con le sue regole, si possano apprendere schemi tecnici in maniera più immediata e duratura.
Si parla di karate per il combattimento reale (kakuto) in contrapposizione al karate "sportivo".
Nel primo caso la forma di competizione adottata dai maggiori stili si caratterizza per la ricerca del k.o., affondando i colpi a piena potenza, mentre nel secondo si preferisce il combattimento a punti con contatto (più o meno…) superficiale o "epidermico".
E' ovvio che l'adozione di due metodi di confronto sportivo completamente divergenti, caratterizzi la maggior parte dell'impostazione tecnica di base, soprattutto nello studio delle tecniche di difesa personale, che sono la parte definita prima come "tradizionale".
A mio avviso si potrebbe parlare di karate "sportivo" in tutte e due le situazioni, con la differenza che nel primo caso la competizione, se si adotta il k.o., è più realistica.
Tutti i praticanti di arti marziali dovrebbero aver ben chiaro questo concetto: tutte le forme di allenamento al combattimento, al di là dell'aspetto sportivo, possono essere più o meno realistiche, mentre, per buona pace dei propugnatori della "lotta da strada" insegnata in certe palestre, il confronto reale rimane sempre la difesa da un'improvvisa e inaspettata aggressione al di fuori del luogo di allenamento.
La scuola che più ha influenzato l'evoluzione del kakuto karate è il kyokushinkai di Mas Oyama, tanto che molti stili di karate, non solo quelli derivati dal kyokushin: Seidokan, Oyama-karate, etc., ma anche stili nati in perfetta autonomia da esso, come il Byakurenkaikan, usano le stesse regole di competizione.
Lo stile della "massima verità" propone un lavoro basato sulle tre "K": kihon (fondamentali), kata (sequenza prestabilita d'attacchi e difese da eseguire da soli) e kumite (combattimento).
Proprio quest'ultimo aspetto ha reso i combattenti di kyokushinkai temuti e rispettati in tutto il mondo marziale.
La competizione di kyokushin si svolge senza distinzioni di peso, con l'unica protezione di una conchiglia inguinale, su un round di tre e vari prolungamenti di due minuti l'uno.
La vittoria si ha per K.O., somma di punti (es. 1 conteggio, come nella boxe), o per giudizio arbitrale, in caso di parità vince il più leggero dei due combattenti con uno scarto di 10 kg, oppure, dai sedicesimi di finale, l'atleta che ha rotto più tavole di legno.
I combattenti possono colpire tutto il corpo esclusa testa, reni e testicoli con le tecniche di pugno, mentre possono colpire anche la testa con le tecniche di calcio.
E' consentito spazzare, ma non afferrare il costume o trattenere l'avversario, proiettare, spingere o lottare a terra.
Questo regolamento è molto semplice, facilmente comprensibile dal pubblico, ed è adottato anche per lo sparring in palestra e per le promozioni di cintura.
Bisogna ricordare ai lettori che, utilizzando le stesse regole, il kyokushinkai prevede una serie di combattimenti per la promozione a cintura nera e relativi dan: 10 combattimenti di fila per il primo grado, venti per il secondo e così via.
Questo per lo più in Giappone e nel resto del mondo, ma chi scrive ha affrontato in Ungheria la prova dei 40 combattimenti a K.O. (da due minuti l'uno, senza nessuna pausa tra gli incontri) "solo" per il secondo dan!
Vediamo i pregi e difetti di questo modo di impostare la competizione sportiva e in generale tutto il sistema di combattimento.
Tra i pregi rientra innanzi tutto l'uso esclusivo della tecnica di pugno, il praticante impara a serrare fermamente la mano e a colpire in modo corretto, impiegando altresì alcune traiettorie (montante e circolare) che sono utilissime a corta distanza e ben poco studiate nelle altre forme di karate.
Bisogna ricordare che in una situazione di difesa personale le mani non sono bendate o coperte, e che senza guantone la tecnica di pugno è, di fatto, completamente diversa.
A questo proposito vorrei raccontare un fatto accadutomi nel 1999, mentre mi allenavo in vista del 7° Campionato del Mondo Kyokushin.
Mi recavo una volta la settimana in una palestra di boxe, per migliorare l'impostazione della tecnica di braccia, gli insegnanti e gli stessi agonisti erano stupiti, poiché ero l'unico a colpire il sacco da 50 kg. a mano nuda senza ferirmi i polsi, mentre questi si fasciavano le mani e utilizzavano appositi guanti.
Un altro punto a favore di questo regolamento è l'uso dei calci alle gambe, che sono sconosciuti, almeno nel confronto sportivo, a tutte le altre forme di karate "tradizionale".
Il calcio circolare basso, derivato dalla thai boxe, è un po' il "marchio di fabbrica" di questa scuola, tanto che molti dei K.O. in gara si ottengono con questa tecnica semplice ma micidiale.
Per chi proviene da scuole che non prevedono il contatto, può risultare molto interessante il lavoro sul corpo per assorbire i colpi e distribuire l'impatto, simile a quello in uso nelle scuole di lotta d'Okinawa, e che crea nel praticante quel misto d'indifferenza al dolore e alla fatica che si chiama, giustamente, "Kyokushin spirit"!
Purtroppo a simili pregi si contrappongono numerosi difetti, anche se non può certamente esistere un regolamento, o uno stile di lotta, che ne sia esente.
In primo luogo la competizione non è a portata di tutti, e solo pochi atleti professionisti (per lo più giapponesi, brasiliani, russi), perché tali devono essere considerati, possono partecipare ad un torneo europeo o mondiale e guadagnare il podio.
Se consideriamo la gara un momento di crescita formativa del praticante, essa deve essere accessibile a tutti, non solo a chi può permettersi di farsi rompere un dente o un braccio, non dovendo andare a lavorare 8/9 ore il giorno, e allenarsi di sera nei ritagli di tempo.
Vorrei ricordare che Sosai Oyama non voleva assolutamente che partecipassero professionisti ai campionati del mondo.
Il kyokushinkai, inoltre, è uno stile estremamente dannoso per la salute: anche se occasionali, i colpi alla testa con i piedi sono pericolosi, non solo perché, com'è facilmente intuibile, i contendenti si affrontano senza paradenti.
Ma ben peggio è il risultato dei continui colpi portati al petto e allo stomaco senza controllo.
Come ho detto prima i lottatori seguono un regime d'allenamento che prevede esercizi per la resistenza del corpo ai colpi e d'irrobustimento muscolare basato sia su esercizi a corpo libero che sull'uso dei pesi.
Ma i continui traumi, e i frequenti colpi ai fianchi, provocano gravi danni agli organi interni, si legga a questo proposito il libro del Maestro Tokitsu "Storia del Karate-Do", relativamente al capitolo sul Maestro Egami e sull'Uechi-ryu.
Molti ex-atleti che ho conosciuto, specie d'alto livello, soffrono di dolori di stomaco o articolari e problemi d'orinazione, in particolare chi ha tentato le prove per la promozione di cintura che prevedono 30, 40, 50 o 100 combattimenti.
Inoltre la pratica coi pesi li rende, col tempo, estremamente lenti, ed è difficile vedere validi agonisti al di sopra dei 30 anni d'età (escludendo i superprofessionisti di cui sopra) o karateka realmente efficaci sopra i 40 anni.
Questo perché, a mio avviso, manca lo studio approfondito e la pratica continua della difesa dei colpi al volto portati con le mani.
Quest'aspetto è contemplato nei kata e nei kihon, e alcuni karateka si allenano in combattimento a difendere il volto, magari praticando Tai Ki Ken (alcuni miei amici giapponesi si allenano alla boxe, ma a porte chiuse per non farsi sorprendere dai loro istruttori!), ma è doveroso considerare che, in uno stile in cui la pratica non prevede nel 90% delle situazioni la difesa del volto, essa finisce con l'essere un aspetto secondario.
Una dimostrazione di quello che scrivo è data dalla partecipazione degli atleti kyokushin nel torneo K1: molti hanno perso per K.O. al volto contro avversari anche meno quotati o esperti, ma con una boxe più efficace, oppure non sono stati in grado di esprimere tutto il talento già dimostrato sul tatami.
Esistono dei filmati in cui Oyama, ai tempi in cui non chiamava il suo stile kyokushinkai, ma "Oyama-Karate", faceva combattere gli allievi con i guantoni da boxe alle mani, ci si chiede: come mai questo cambiamento?
L'ipotesi più accreditata è che Oyama sia stato spinto a cambiare le regole per differenziare la sua scuola dalla boxe, ma la realtà è ben diversa, come mi è stato confermato in conversazioni private con diversi alti gradi della scuola kyokushin in Europa e in Giappone.
L'adozione dei colpi di pugno al solo livello chudan favorisce gli atleti giapponesi, che, in gran parte, hanno leve più corte rispetto agli occidentali, come mi è capitato di vedere quando, dopo una parità nei primi tre minuti, il combattimento si prolunga per altri due o tre tempi da due minuti l'uno.
Gli atleti giapponesi girano letteralmente intorno all'avversario occidentale, che non può proprio sfruttare l'allungo a suo favore, questo permette a molti karateka nipponici di vincere per differenza peso alla fine dell'incontro.
Tra i primi grandi maestri a non condividere questo regolamento vi fu Kenichi Sawai, fondatore del metodo Tai Ki Ken, e insegnante d'Oyama.
Non molti sanno che Sawai si recava tutti i giorni nell'ufficio privato d'Oyama per impartirgli lezioni private sul kenpo cinese.
Questa relazione di maestro/allievo gli permise di criticare apertamente Oyama, sostenendo che: "Un lottatore che non sa parare un pugno al volto non può essere campione del mondo".
A fine anni 70' Oyama stava per adottare le protezioni per il volto, ma ciò gli fu impedito da alcuni dei suoi assistenti e allievi che facevano parte del gruppo a lui più vicino.
E' molto significativo il fatto che uno dei più forti praticanti di kyokushinkai di tutti i tempi, Jon Blumming, sia stato chiamato da Oyama, poco prima della sua dipartita, per rinnovare il regolamento delle competizioni e che, in seguito, abbia rinominato il suo stile "Kyokushin Budokai", reinserendo in alcune competizioni le tecniche di pugno al volto e la lotta in piedi e al suolo.
Una soluzione a questi problemi, che rischiano di penalizzare fortemente i karateka nello studio delle tecniche di combattimento, viene dalla ricerca del Maestro Takashi Azuma.
Tra i più forti allievi d'Oyama, campione del Giappone nel 1979, 6° al campionato del mondo del 1975 e 4° nel 1979, Sensei Azuma non si è mai sentito soddisfatto dal regolamento del kyokushinkai, pertanto si è staccato a malincuore dal suo maestro e ha incominciato una ricerca che lo ha spinto a creare nel 1981 il karate Daido-Juku, la "scuola della grande via".
Il maestro Azuma ha viaggiato in tutto il mondo, come già fece Oyama, studiando i sistemi d'allenamento delle più importanti scuole di combattimento: Sambo, Jujitsu brasiliano, Judo, Thai Boxe, incorporandoli in un metodo che prevede lo studio esclusivo del combattimento libero nella sua forma più realistica e sicura possibile.
Realistica perché prevede tutte quelle tecniche proibite nel kyokushinkai: pugni al volto, colpi a mano aperta, testate, prese, proiezioni e lotta al suolo.
Sicura perché in gara e in allenamento gli atleti indossano una protezione per il volto che permette di portare tutte queste tecniche senza danni.
A proposito dell'uso del casco, che limita la visuale e rende a volte difficoltosa la respirazione, ecco cosa dice il Maestro Azuma, nel libro di presentazione del 1°campionato del mondo: "Quando dobbiamo combattere usiamo il casco "Supersafe", che non è perfetto e potrebbe essere migliorato in futuro, ma fino ad oggi si è dimostrato valido. Perché abbiamo scelto di utilizzarlo? Quando pensiamo ad un combattimento reale, nessuno può immaginarlo senza colpi al volto. Ma è comunque vero che nei tornei full contact non sarebbe salutare permettere di colpire il volto senza protezioni, in questo modo, invece, possiamo autorizzare l'uso dei gomiti e dei colpi di testa."
Per quanto riguarda la durata dell'incontro, essa è di tre minuti, con due eventuali prolungamenti di due minuti l'uno, ma per evitare eccessivi danni portati dai colpi al volto, i cinque giudici, in caso di parità, dovrebbero cercare di decidere entro il primo round a favore uno dei due combattenti in base al numero d'attacchi portati con forza e precisione.
Tornando alla frase del Maestro Azuma, lui stesso definisce la protezione per il volto "migliorabile", sia perché limita la visuale, sia perché tende a rendere difficoltosa la respirazione sotto sforzo.
Questi due aspetti sono facilmente superabili con un allenamento continuo.
A questo proposito devo rispondere ad una critica, mossa tra gli altri dal Maestro Tokitsu sulla rivista Karate-Bushido: che l'uso di queste protezioni spinge i contendenti a chiudere la distanza, cercando di lottare al suolo, favorendo così chi ha maggior esperienza nel judo o nel jujitsu, perché la testa è ben difesa dalla maschera.
Innanzi tutto non è scritto da nessuna parte che un karateka non debba sapere lottare al suolo o che solo un judoka debba esserne capace, ogni arte marziale che voglia definirsi completa deve comprendere tecniche per tutte le distanze di lotta.
In secondo luogo il regolamento di gara non permette di lottare al suolo per più di due volte consecutive per round per 20 secondi.
In terzo luogo è facile veder come anche nei più duri tornei di free fight, come l'U.F.C. o il Pride, dove il viso dei combattenti non è coperto, i lottatori cerchino di chiudere immediatamente la distanza.
Arrivati a questo punto devo chiarire un aspetto molto importante: vero è che la maschera a protezione del volto caratterizza la gara tradizionale, ma è altrettanto vero che l'allenamento al combattimento prevede diverse forme di sparring, sia morbide sia dure, senza il suo uso, e che, soprattutto, non sono appannaggio esclusivo di pochi e alleatissimi agonisti.
Il combattimento nelle scuole di Daido-Juku è caratterizzato dalla ricerca della tecnica e non della forza, è inutile danneggiarsi in palestra, magari procurandosi dolore a vicenda, impedendo poi di poter essere efficaci in strada se si è costretti a difendersi.
Vorrei ricordare che questo concetto è stato sostenuto anni fa sulla rivista "Samurai" dal Maestro De Cesaris, in un suo articolo a proposito dell'allenamento delle tecniche di calcio nella Muay Thay.
Certamente per gareggiare o praticare lo sparring, utilizzando al meglio queste protezioni, è bene allenare correttamente i muscoli del collo e delle spalle, per assorbire i colpi che, portati sulla parte frontale della maschera, si distribuiscono inevitabilmente su questi muscoli.
Il karate Daido-Juku è conosciuto anche come Kudo, la "via della mente aperta".
Solo liberando la mente da pregiudizi di ogni genere e allenandosi insieme tra arti marziali diverse è possibile crescere e migliorare, e solo svuotando la mente da ogni desiderio di vittoria, o paura di sconfitta, è possibile usare in assoluta libertà le tecniche apprese ed essere efficace.
La libertà da ogni paura o pregiudizio crea un uomo (o donna) sincero, leale e coraggioso.
Non solo un karateka o un budoka, ma una persona utile alla società.
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